De ieiuno absoluto ovvero I Dervisci di Tarano

Ho messo già nel titolo di questo commento, tutta la mia autoironia, che è appunto l’ingrediente principale con cui ho affrontato, per la seconda volta, questa esperienza. Il “digiunare” è una pratica che viene vista dalla maggior parte della gente come qualcosa di terribile, di punitivo, di improponibile, ed in pochissimi riescono ad afferrarne il vero significato, mentre molti tendono ad attribuire alla mia annunciata settimana di “ritiro” dal mondo una connotazione di stravaganza fra le tante che sono abituati a sopportare da me.


Purtroppo, volendo sottrarci alla nostra folle corsa quotidiana, assistiamo ad una misera ri-orientalizzazione delle nostre abitudini, parliamo con troppa disinvoltura di cose che non conosciamo abbastanza, siamo maestri poco credibili di faccende come il “reiki”, l’ayurvedica, meditazioni di tipo zen, accorgimenti feng shui e una miriade di altre facezie di questo tipo, che vengono millantate da gente occidentalissima che ne fa un affare economico, ma che farebbe molto bene a restarsene in silenzio. Lontano da me tutto questo, ed ancor più lontano considerare la mia spiritualità come una vicenda massaggiabile da qualche estetista-guru in possesso di un discutibile diploma di specializzazione in tal senso. La ricerca della mia spiritualità è una cosa che risale per me alla facoltà di filosofia prima e a quella di psicologia in seguito, e non a caso esercito questo “mestiere dell’anima” che mi consente, attraverso la cura dei miei pazienti, di imparare da loro ciò di cui ho bisogno.
Ciò premesso, se non si vuole cadere in sterili discussioni all’insegna del convenzionale, direi che ci sono alcune regole da rispettare se si decide di intraprendere, alla ricerca della propria dimenticata trascuratissima spiritualità, una settimana di digiuno terapeutico. La prima è quella di guardarsi bene dal comunicare il programma al proprio medico di famiglia, il quale, forte della sua formazione incrollabilmente biologico-statistico-matematica, ti sciorinerebbe un raccapricciante elenco degli inconvenienti nocivi e dei rischi quasi letali a cui ti esponi insistendo in questo tuo deplorevole disegno. Altra regola indefettibile è quella di parlare di questa storia soltanto con gli amici più fidati, quei pochissimi che sono in grado almeno di comprendere che non stai andando ad una volontaria flagellazione sotto forma di dieta idrica, ma che stai cercando di riparare almeno in parte i danni preterintenzionali e accidentali in cui sei incorso durante un anno di allegre gozzoviglie in loro compagnia, corroborato da mefitici effluvi cittadini. Ci vuole tuttavia del coraggio anche per me che tuttavia, ormai da tanti anni, sono avvezza a considerare il mio corpo e la mia mente un insieme che, usando il brutto termine inflazionato come “olistico”, stia in questo mondo nella miglior forma che posso concedergli. Ci vuole coraggio all’idea che abbandoni i tuoi familiari al loro destino di crapule delle quali hai tentato invano la conversione, ci vuole coraggio nel preparare le tue cose e pensare che non ti serviranno tailleurs di rappresentanza, e ci vuole un grande coraggio a pensare che per una settimana intera ti troverai, davanti alla tua tisana, nella sola compagnia di te stesso, in un tempo che non corrisponde più a quello dell’orologio, in una dimensione e in un contesto che non sono gli stessi del resto del mondo.
E’ con questo spirito, tonificato appunto da una buona dose di autoironia, che ho raggiunto il luogo di ritrovo. Con me, all’arrivo, gli sparuti compagni di questa esperienza, quelli che, come me, hanno trovato il coraggio, e che ti attendono con curiosità e aspettativa chiedendo e offrendo il necessario supporto. Ad attendere tutti, con in mano un amarissimo calice in plastica contenente solfato di magnesio, il medico “naturopata” del quale condividi le ricerche, le convinzioni e il tuo stesso percorso di conoscenza, e che ci accudirà durante la settimana monastica.
Senza andare tanto lontano nella storia, mia nonna, donna semplice ma di carattere, utilizzava periodicamente il sale inglese come autocura, convinta che bisognava sciacquare le nostre budella dai “liquidi cattivi” che ci circolavano, ed ingollava l’orrida mistura senza battere ciglio, così come ho fatto io forse con un granellino della sua eredità, con il sospetto che stessi scoprendo l’acqua calda. Ma non è forse così che oggi ci rivolgiamo, spesso con troppa facilità, a certe pratiche che nei millenni sono state i fondamenti del vivere più sano? Da Ippocrate alla Scuola Salernitana, dai Cinesi agli Indiani, tutti avevano scoperto che girare con una pesante zavorra in corpo non giova né al fisico né alla lucidità di pensiero, e noi siamo qui per purgare corpo e anima. Anche il rituale mattutino del controllo della pressione arteriosa e del peso assumono un significato di lavaggio, e il seguente dibattito sulle nostre sensazioni espresse in gruppo sono il necessario carburante per andare avanti.
Una delle cose più affascinanti del digiuno è che sei costretto ad ascoltare il tuo corpo, a raccogliere i messaggi che ti invia e a rispondergli, a dargli insomma l’importanza che finalmente merita. E nei primi tre giorni ti dice che si sta ribellando, che fa fatica ad abituarsi a non dover digerire, a dover fare quel piccolo esercizio fisico a cui tu non lo sottoponi mai, e cerca di tentarti con subdole visioni di tavole apparecchiate e manicaretti irresistibili. Un leggero tremito alle mani, un po’ di tachicardia, il fiato corto, ma la cosa più curiosa, almeno per quanto mi riguarda, è che non è lo stomaco ad esser preda dei crampi da fame, ma è l’immaginazione o i sogni notturni che si contorcono su derrate alimentari e profumi affascinanti. Ma è forse così che il digiunare sta riassumendo via via il significato primario di valore terapeutico, non è più una condizione fisica, ma mentale e spirituale. Il quarto giorno, quando inaspettatamente il corpo si sente meglio, ho assistito, con mia somma incredulità, al migliorare della mia vista, riuscivo a vedere senza occhiali molto di più di quanto da anni mi sfugge, ed ho fatto non poca fatica ad accettare che il mio astigmatismo mi consentiva di non sovrapporre così tanto le immagini come se il mondo fosse sempre a quadretti.
Il mio sonno è diventato di una tranquillità infantile, un sonno che non mi elargivo da anni, privo dell’ansia degli appuntamenti del giorno dopo, senza sveglie tintinnanti che ne interrompono il ciclo, cullato in sottofondo dal battere della pioggia sul tetto della casetta che abito. Sono abituata a dormire in campagna, ma qui mi concedo di farmi svegliare prestissimo dal cinguettio via via crescente degli uccelli senza che questo mi innervosisca. Devo riconoscere che in questa situazione tutti i sensi si sono affinati, soprattutto l’olfatto che, se da una parte mi provoca il disgusto crescente delle tisane disintossicanti che devo bere, d’altro canto mi fa apprezzare certi odori trascurati: l’odore dell’erba, semplice e familiare, l’odore fierissimo delle rose di cui questa tenuta è disseminata, l’odore pungente dello stabbio che sale su dalla valle dove pascolano le pecore. La memoria olfattiva mi tira lo scherzo un tantino crudele di farmi sentire profumi di improbabili spezzatini alla cacciatora, ma qui nessuno si sogna di cucinare alcunché, e devo quindi attribuire queste percezioni ai miei prepotenti ricordi di passati bagordi, ora frustrati e annegati nelle spremute di limone.
Tutto questo mi fa sorridere e mi fa pensare a come siamo schiavi, a come si può invece apprezzare il gusto del centrifugato di mele e carote che ci viene dispensato al quinto giorno di digiuno. Come fosse una bevanda sopraffina, centelliniamo, io e i miei compagni di questa avventura, un mezzo bicchiere di questo succo giallino e troviamo che è il giusto saporitissimo ambitissimo premio alla nostra perseveranza, al nostro impegno. Si, perché di impegno ce n’è voluto tuttavia, non è stato facile decidere di allontanarsi volontariamente dalle nostre abitudini edonistiche, mollare la macchina al parcheggio e dialogare con noi stessi e con i nostri corpaccioni famelici. Ho passato una settimana a disegnare ascoltando musica, senza pensare di dover smettere chiamata da qualche dovere imprescindibile, e se questo fosse anche il solo regalo che ho ricavato da questi giorni, già sarebbe una grande cosa.
So già, dalla stessa esperienza dell’anno passato, che non sarà l’unico regalo che mi sono fatta, ma so che porterò a lungo con me i benefici del mio digiuno. Mi sento BENE, mi SENTO. La cosa più tangibile è l’energia fisica da cui sono stata “invasa”, una forza massiccia e prepotente che mi ha consentito l’anno scorso e che mi consentirà ora di lavorare senza stancarmi, tanto da far dire a quelli che mi vedono “Ma come fai?!” Quasi come un Derviscio Sufi…
Quelli che non capiscono mi guarderanno compiacenti mangiare le mie miserevoli insalatine e, davanti alle loro irrinunciabili sanguinolente bisteccone, con occhi verrini diranno “Ma tu che cosa avevi da dimagrire?!”